Social Dreaming (sognare sociale/ sognare insieme): metodo di derivazione psicoanalitica che esplora i sogni da un punto di vista sociale e non individuale. Ideato agli inizi degli anni 1980 dal socioanalista inglese Gordon W. Lawrence presso il Tavistock Institute sotto l’influsso del pensiero di Bion e dei paradigmi del sistema sistemico, è da allora applicato in tutto il mondo a partire dalle istituzioni (imprese e aziende) fino agli ambiti più disparati, dai luoghi di guerra alle carceri. Il SD è per Lawrence innanzitutto una modalità per << trasformare il pensiero attingendo, attraverso i sogni, alla conoscenza implicata nella dimensione inconscia/ infinita della mente >>. Va distinto dall’uso terapeutico del sogno (psicoanalisi, psicoterapia a orientamento psicodinamico), rispetto al quale può essere considerato complementare.
Differenze:

  1. Sogno terapeutico: il sognatore è al centro dell’attenzione, aspetto individuale, orientamento egocentrico, conoscenza delle questioni individuali, drammatizzazione della biografia personale.
  2. Social dreaming: il sogno è al centro dell’attenzione, aspetto sociale, aspetto sociale, orientamento sociocentrico, conoscenza dell’ambiente e della sua cultura, scoperta degli aspetti imprevedibili, comici e tragici dell’esistenza[2].

Le sue applicazioni si sono differenziate nel corso degli anni: da singoli workshop della durata di un fine settimana con partecipanti provenienti da ambiti diversi, con valenza soprattutto di intrattenimento, a lavoro “on going” in istituzioni (scuole, aziende, ospedali) con finalità più strettamente formative, dove favorisce << trasformazioni dell’auto-rappresentazione dell’organizzazione in modo che nuovi elementi altrimenti scissi, alieni e silenti vengano integrati >>.[3]

Social dreaming matrix (Matrice): spazio temporaneo (della durata di un’ora, un’ora e mezza) in cui vengono condivisi i sogni e le libere associazioni.
Dal latino mater, qui con il significato di ” utero “, la matrice si configura come luogo dove nasce qualcosa e dove non c’è la tirannia di appartenere a un gruppo perché il tramite del discorso è il sogno e non l’individuo. I singoli sogni non vengono interpretati ma, attraverso la libera associazione[4], l’amplificazione tematica[5] e il pensiero sistemico[6], i sogni degli uni si connettono a quelli degli altri: nella matrice emerge una molteplicità di significati, il pensiero si espande e si creano angoli di visione insapettati, a testimonianza di quanto ciascuno di noi sia connesso con l’ambiente sociale, culturale, naturale. Questo vertice osservativo confronta istantaneamente con nuovi livelli di consapevolezza e responsabilità[7]. La matrice è quindi sia forma (contenitore) che processo (sistema o rete delle emozioni e del pensiero presente in ogni contesto sociale ma a cui non si presta attenzione)[8].

Compito primario della matrice: trasformare il pensiero dei sogni presentati alla matrice attraverso le libere associazioni, per fare collegamenti e trovare connessioni e divenire così disponibili per un pensiero nuovo.

Host: il conduttore, letteralmente colui che ospita la matrice e la facilita. Regista discreto e parsimonioso ma attento, conserva i confini di tempo e di impegno, offre un modello su come lavorare con i sogni resi disponibili dai partecipanti. Sua è la responsabilità di predisporre la sala e collocare le sedie (a spirale o a fiocco di neve) in modo che i partecipanti non incrocino l’uno lo sguardo dell’altro e si predispongano a lasciare il loro inconscio individuale, che alimenterebbe il narcisismo, per così dire fuori dalla porta a favore dell’inconscio collettivo. Egli dà avvio alla matrice annunciandone la durata e il compito primario (vedi sopra). Aspetta i sogni dei partecipanti ma non li interpreta individualmente, piuttosto ascolta la narrazione e cerca di immaginare come questi possano collegarsi; man mano che la matrice prosegue formula ipotesi di lavoro che può suggerire in seguito. Facendo da guida, interviene raramente, può portare a sua volta un sogno, solo se serve a illuminare gli altri, notare temi che possono essere sfuggiti all’attenzione dei partecipanti, cercare di riportare la matrice al suo compito, quando necessario, sempre aperto però all’imprevedibilità della stessa. Quando lavora bene, come ricorda Gordon Lawrence, << gli inconsci cominciano a risuonare tra loro come l’eco di una montagna, quello che uno sente comincia a essere sentito anche dall’altro >>, a indicare che la matrice è esperienziale e promuove capacità di pensiero. Al conduttore spetta il compito di chiudere la matrice al termine del tempo prestabilito.[9]

Cinema e Social dreaming: l’idea di associare la visione di un film con il Social Dreaming nasce dalle esperienze formative nei primissimi anni 2000 dei corsi di psico-oncologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, in cui gli operatori raccontano scene di film o frammenti di sogno associandoli spontaneamente a vicende cliniche realmente vissute in prima persona nella loro pratica professionale. Partendo da queste osservazioni sono stati ideati incontri formativi costituiti da un momento serale in cui viene proiettato un film strettamente attinente ad un tema sanitario ed un momento diurno (che si svolge il giorno successivo), durante il quale gli stessi partecipanti intervengono raccontando i propri sogni della notte, altre libere associazioni sul film, scene cliniche vissute in prima persona che possono avere relazione con quanto proiettato. Il film deve cioè attivare quei modi di funzionamento mentale che sono tipici del daydreaming, del sogno, del pensiero associativo della veglia, focalizzati sulle tematiche della malattia cronica, della sua gestione, della sua cura, alla ricerca di soluzioni creative diverse per situazioni cliniche apparentemente impossibili da risolvere e da elaborare.
Più recentemente cinema e social dreaming sono stati introdotti da chi scrive insieme a Giovanna Cantarella direttamente nei cinema, nei teatri e nelle biblioteche, dove la pellicola viene risognata con i sogni degli spettatori in un clima di condivisione e reciprocità in cui tutti sono attivi. Tale spazio di confronto e dialogo, si configura come una potenziale nuova agorà, un luogo né pubblico né privato ma sia pubblico che privato dove è possibile ritessere i rapporti col mondo come finora (seguendo S. Zizek)  solo un buon film ha saputo fare[10].

NOTE:

[1] Lilia Baglioni, Prefazione all’edizione italiana, in: W. G. Lawrence, Introduzione al Social Dreaming Trasformare il pensiero, Borla, Roma 2008, p. 5-6.

[2] Tratto dalla tabella in: W. G. Lawrence, ibidem, p. 64.

[3] Laura Ambrosiano, Introduzione all’edizione italiana, in: W.G. Lawrence, Social Dreaming La funzione sociale del sogno, Borla, Roma 2001, p. 8.

[4] È la regola fondamentale del trattamento psicoanalitico. Consiste nell’esprimere liberamente i propri pensieri, sentimenti, sensazioni, idee senza badare se pertinenti o rilevanti.

[5] Metodo junghiano di ampliamento di un pensiero, di una proposizione, di un’immagine. Rispetta l’integrità del sogno. Rappresenta ciò che i partecipanti naturalmente fanno quando offrono o ascoltano un sogno. Nella matrice di SD << non ci sarà nessuna risposta sbagliata o giusta, solo un’idea che porterà ad un’altra, un sogno che si estenderà attraverso un altro sogno >> W. G. Lawrence, ibidem, p. 61.

[6]  I sogni, come il pensiero, sono in relazione sistemica. Ogni sogno è frattale dell’altro perché il sognare si manifesta in patterns che si ripetono: in una matrice un sogno è parte di un’intera sequenza di sogni. Il pensiero sistemico considera tutte le opportunità utilizzando in concerto e non in opposizione sia il pensiero analitico (che tende ad analizzare i concetti scomponendoli in elementi più piccoli) che quello sintetico (orientato a trovare connessioni, cerca i temi comuni, li legge come patterns ripetuti in un dato sistema o situazione) W. G. Lawrence, ibidem, p.30 e 61-62.

[7]  Le matrici, come <<apparato per pensare>> in termini bioniani, consentono di trasformare i pensieri grezzi dei sogni espressi da semplici immagini in un racconto che viene narrato e mette in moto altre nuove associazioni e trasformazioni. La teoria del pensare di Bion si differenzia radicalmente da quella freudiana perché il pensare è uno sviluppo che viene forzato e indotto dalla pressione dei pensieri che cercano significazione e non il contrario. W. Bion, A theory of thinking,  The International Journal of Psychoanalysis, 43, 306-310, 1962.

[8] W. G. Lawrence, ibidem, p. 28.

[9] Giancarlo Stoccoro, Occhi del sogno Cinema e Social Dreaming, Fioriti, Roma 2012, p. 19-20.

[10] Giancarlo Stoccoro, ibidem, p.101-107.

(pagina curata da Giancarlo Stoccoro)