di Elena Nascimbene*

Da alcuni anni mi sono appassionata al tema del sogno. L’ho incontrato fin da bambina e qualche volta ne ho avuto paura, come spesso capita ai bambini quando incontrano di notte figure strane che non sanno riconoscere, come delle ombre. Ho visitato a lungo il sogno nella stanza d’analisi, come capita a tutti coloro che hanno intrapreso un percorso analitico – obbligatorio per me che ho scelto la strada della psicosocioanalisi – e ho più volte risognato il mio sogno cercando in una sorta di valzer analitico nuovi significati che mi aiutassero a ripensare alla mia esperienza. Più di recente mi è capitato di condividere i sogni in gruppo, quello della mia associazione, Ariele, e questa esperienza ormai decennale mi ha fatto toccare con mano che i sogni possono non essere solo un fatto individuale, ma se condivisi sanno scandagliare elementi preziosi e nascosti del contesto sociale. In quest’ultimo periodo, grazie alla lettura del libro di Stoccoro, “Occhi del sogno – cinema e Social Dreaming ”, mi sono appassionata all’esplorazione dei luoghi dell’immaginario tra cinema e sogno. In fondo, un film è un sogno già sognato.

Vado al cinema meno di quanto vorrei, ma ogni tanto rivedo dei film.
Ho rivisto di recente lo strepitoso film del regista portoghese Manoel de Oliveira Gebo e l’Ombra.
Ogni scena è un quadro. Il film si svolge all’interno di una povera casa, fredda e male illuminata, ma il calore viene tutto dalla sobrietà poetica del regista e dalla interpretazione di una grande compagnia di attori: Michel Lonsdale, il vecchio padre, Claudia Cardinale, la vecchia madre che vuole ignorare la verità sul figlio fuggito, Jeanne Moreau, la vicina di casa, che a una certa ora viene in visita a bere una tazza di caffè e a scaldarsi un po’. La Cardinale, con i suoi 76 anni, è ancora bella. Non sono riuscita a fare a meno nel vederla muoversi negli angusti spazi del tinello – unico locale in cui ha luogo la scena – di ripensare a lei mentre volteggiava vestita di bianco in un indimenticabile valzer nelle braccia di Burt Lancaster, nel “Gattopardo”.
Ma la bellezza resta bellezza e la bravura se possibile ancora più raffinata. La Moreau in questo film ha 10 anni di più. Quando entra in scena e si apre la porta del locale sembra che entri una piccola vecchia strega, tutta imbacuccata e vestita in modo buffo. Ma poi si siede e inizia a conversare e allora i suoi occhi guizzano in modo malizioso e fascinoso e la si rivede cantare alla chitarra tra Jules e Jim.

Si è sempre, cara Moreau, a tutte le età nel “tourbillon de la vie”.


Grandi attrici, grandi donne, grande regista, grande film. Da rivedere e da risognare insieme!

*Ho iniziato la mia esperienza professionale in azienda nell’ambito della comunicazione e della formazione.
Successivamente lo studio della psicosocioanalisi insieme alla formazione in Ariele – Associazione Italiana di
Psicosocioanalisi, mi ha permesso di sviluppare la capacità di conduzione di gruppi. Mi sono dedicata negli
ultimi anni allo studio e alla sperimentazione dell’uso del sogno in contesti sociali.

Categorie: Narrazioni

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