.Poesia che ti doni soltanto a chi

con occhi di pianto si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

 (da “Preghiera alla poesia”, Antonia Pozzi, 1934)

 Forse nella punta di una matita, nella punta aguzza e fragile di una matita, c’è il destino della poesia. A questo foglio – la cosa più vulnerabile del mondo – noi affidiamo la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto, la zona nascosta e ardente della nostra voce, la parte più essenziale della nostra vita.

Milo De Angelis

 di Sergio Di Giorgi*

Viviamo un tempo segnato da troppe visioni. Sempre più spesso sono “visioni senza sguardo”, che non presuppongono o addirittura negano alla radice una relazione (paritaria) tra i soggetti coinvolti nell’atto del vedere. Lo sguardo dato, lo sguardo ricevuto, quello che si incrocia nella realtà  di un incontro o che si dispone sull’asse del campo/controcampo cinematografico, nella sintassi del montaggio di ogni possibile, umana storia.
Ci vorrebbe più silenzio, e anche più ombra. Basterebbe, se solo potessimo essere più vicini, e non solo nello spazio,  poter parlare a bassa voce. Basterebbe uno schermo bianco, o un telo, o giusto una parete nuda,  per poter ascoltare,  proiettare,  e cogliere così le parole e le immagini nella loro essenza, per comprenderne il senso.

Un corpo a corpo tra poesia e immagini
E’ infatti sempre più raro che immagini e parole ritrovino una loro armonia  e, in sincrono, ci diano la possibilità di attingere senso o almeno di ricercarlo.  Sulla punta di una matita, il film di Viviana Nicodemo che vede per protagonista Milo De Angelis, uno dei più importanti e riconosciuti poeti del nostro tempo, ci consente questa esperienza:  un dialogo vibrante, a tratti un corpo a corpo tra la forza delle immagini e la forza della poesia, che risulta ancora più serrato nella nuova versione (2018), scorciata di quasi 10 minuti rispetto alla precedente. La Nicodemo, attrice e fotografa, oltre a curare la regia ha scritto la sceneggiatura e partecipato alle riprese del film (la cui produzione è stata fortemente sostenuta dal crowdfunding). Da fotografa, le sue immagini avevano  già dialogato con le poesie di De Angelis nell’opera Via dell’inizio del 2010. Dietro la magia di questo dialogo vi è la magia dell’incontro, l’attrazione reciproca di mondi e vissuti che si ritrovano e riconoscono nei bagliori notturni (“la neve dell’incontro ha percepito la mia notte nella tua”, come dice una poesia dedicata alla stessa Nicodemo).  Dal canto suo, la regista afferma: “La parola di Milo De Angelis è pervasa da una forza particolare: essa si oppone alla passività di chi ascolta, dilata lo spazio e il tempo, conduce a un ritmo pacato che scende a picco nelle zone più sconosciute della nostra esistenza e del nostro sogno. La parola di Milo De Angelis è una parola donata capace di opporsi al linguaggio dei mass media da cui siamo assediati per farci approdare a quello ardente della visione”.


Questa “parola data” (titolo, molto bello, della raccolta di interviste al poeta pubblicata lo scorso anno da Mimesis), arriva a ricordarci l’impegnativo lavorio della vita e del suo doppio, quella morte che è la nostra privata e insieme comune officina. Vuole svegliarci dal torpore mentale (accompagnato da progressiva perdita di memoria) indotto dall’anestetico che proprio dai mass media, in primo luogo, assumiamo in dosi sempre più massicce. Questa parola può essere fragile,  come la punta di una matita, ma si impone da subito come la protagonista del film. Però non da sola. Perché, al tempo stesso, la parola abita nell’immagine e compone così un racconto poetico e visuale su una città, Milano, esplorata – come nell’arco delle stagioni della vita  e di un intero giorno, da un mattino piovoso sino a una nuova alba e al mattino del giorno dopo –  nelle sue tante, opposte, contraddittorie facce, a rivelare  i contrasti e i conflitti di cui da sempre si nutre  la poesia di De Angelis.

Dai cortili e sulle strade, a Milano
Il  percorso del poeta, rigorosamente a piedi o sui mezzi pubblici, è dunque il percorso stesso del  film,  che lo pedina in piani ravvicinati, spesso assumendo il suo sguardo in soggettiva, o seguendolo a distanza in campo lungo.  Entrambi, il poeta e il film,  attraversano o costeggiano  la Milano del centro storico in via di trasformazione e quella dei nuovi “centri”, con i suoi grattacieli aziendali, città spesso immerse nel sole (forse, sia pure con altro segno, “dell’avvenire”), ma anche la Milano delle periferie, che spesso accoglie i luoghi più amati e frequentati da De Angelis, con i suoi cortili umidi di ombra e di pioggia,  i suoi falansteri grigi e spogli, dalle cui ringhiere e ballatoi si possono scorgere le ciminiere delle fabbriche dimenticate. Lungo la strada, alcune “stazioni” dove il poeta  appare come sbalzato in primo piano, a dire i suoi versi, su sfondi di luce nera, caravaggesca, o quinte di libri impilati.
Una struttura interiore, lineare e precisa, scandisce a ritroso, e dall’inizio, la vita di De Angelis e la sua ricerca di verità e di libertà (che lo vede affrancarsi, già dodicenne, dai rituali soffocanti di una famiglia borghese). Non si può dunque che partire da un cortile, “cerniera tra il noto e l’ignoto” o, come dice in una intervista,   “il luogo dove si scopre se stessi…un luogo intermedio che non è la casa e non è la strada…” e che, come l’adolescenza,  è un luogo sospeso “tra i genitori e l’universo. Il cortile è la forma spaziale dell’adolescenza” (“Milo De Angelis. Strappare qualche parola al buio”, intervista pubblicata su “Doppiozero”, 19 marzo 2017). Al tempo stesso, se sul piano della narrazione biografica la regia deve operare delle scelte e lavorare per ellissi (del resto l’opera di De Angelis è attraversata da cesure temporali anche lunghe), nello  specifico del linguaggio cinematografico il film asseconda la  “messa in scena” di una flanerie metropolitana del poeta in primo luogo attraverso il  montaggio, i cui raccordi si rifugiano di frequente in zone d’ombra, transiti, pause dal forte richiamo simbolico, mentre alle inquadrature, a volte oblique o addirittura in plongée, e alle marche stilistiche – ralenti, sfocature, dissolvenze, sovraimpressioni, inserti in bianco e nero –  sembra affidato il compito di  colmare i possibili vuoti, di affermare una propria autonoma compiutezza,  quasi a voler opporsi a quell’incompiuto che per De Angelis è il vero, tragico destino dell’Uomo.

Tra le anime della notte
Tra  le sequenze iniziali del film, prima che il tempo inizi a correre più veloce,  c’è anche tempo per aprire una finestra sulla terra del Monferrato, la terra materna, e rovistare nel deposito dei ricordi, dell’infanzia,  con la memoria incerta di uno spazio che, noi bambini, è ingigantito a dismisura, e poi della gioventù, con la scoperta della natura e della solitudine, di un tempo in cui c’è tempo di scorgere e riconoscere l’altro da noi venirci incontro, da lontano.  “La poesia monferrina è la più felice che ho scritto” ricorda infatti il poeta (evocando, tra l’altro,  La corsa dei mantelli, un racconto onirico del 1979 – De Angelis aveva allora 28 anni – ambientato tra quei luoghi e le risaie del vercellese).
Ma il racconto cede presto il passo ad altre inquietudini, proprie di un’età  più matura. Non a caso i versi che risuonano nel film sono tratti  dalle due ultime raccolte pubblicate –  Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010) e Incontri e agguati (2015) – dove il poeta è chiamato in campo a confrontarsi agonisticamente (si sa che l’agonismo sportivo, come conferma anche il film, è tema simbolico centrale e prediletto della sua opera) con l’eredità paterna, il tempo trascorso, l’ansia di “ricomporre il mosaico”,  la morte.
Ora il film è pronto a insinuarsi nelle viscere della notte milanese, dapprima sostando nelle oasi rassicuranti di bar, edicole, baracchini notturni, per poi spingersi tra più inquietanti sottopassi, tunnel illuminati solo dal ricamo colorato dei graffiti, cavalcavia deserti. E’ là che si incontrano le “anime vaganti” che da sempre lo hanno attratto, creature solitarie, acrobati ed equilibristi spersi nelle tenebre, ovvero in quella “notte che sta dietro la notte”, ma “senza la promessa di un’alba”.  Sono esistenze che abitano i margini, “ombre che girano per la città: antichi compagni di squadra o di strada ma anche persone di oggi o addirittura future. Vagano come fantasmi, esuli, stranieri e non possono avere un luogo, non possono avere luogo” (dall’intervista su “Doppiozero” citata). E’ qua che De Angelis  può parlarci della profonda, irripetibile, semplicità e ricchezza (come è di ogni vero incontro) del suo lavoro di insegnante presso il carcere di Opera che svolge da tanti anni e nel quale cerca di riconnettere i fili spezzati della memoria dei detenuti, tra una memoria nitida e dettagliata del  “prima” e quella sfocata e indistinta del “dopo”.

Titoli di coda
“La necessità è sempre la stessa: strappare qualche parola al buio e consegnarla a uno sguardo” (Milo De Angelis, intervista citata).

La parola si riconnette alla  visione, la visione allo sguardo. Ciò che “veramente accomuna” la poesia e il cinema  “è il tentativo di scandagliare – da prospettive diverse – il problema della visione, di cercare uno spazio di visione, una visione “esistenziale”, in quel gioco di ombre che fa scoprire che tutto il mondo è metafora di qualcosa” (Corrado Benigni, “Cinema strumento di poesia”, introduzione al numero monografico “Sguardi a perdita d’occhio. I poeti leggono il cinema”, rivista A + L, n. 13, 2009).
A impaginare le visioni del racconto filmico, aggiungendo ad esso qualità e potenza, il montaggio di Fabio Cinicola, insieme alle musiche originali di Stefano Nanni,  che le esegue al pianoforte in dialogo con la viola di Danilo Rossi. Oltre che alla sua poesia, il film rende anche omaggio al grande amore di De Angelis per il cinema, quello “d’autore” in primo luogo – da Dreyer a Bergman, da Antonioni a Tarkovskij  (nel film ricorda una Milano con 132 sale e di “averle visitate tutte”). Una passione competente, come dimostra, tra l’altro, l’analisi assai penetrante di un film molto amato, Fuoco fatuo di Louis Malle (1963), dal romanzo di Pierre Drieu La Rochelle del 1931  (il testo di De Angelis “Oppure niente. Appunti su Fuoco fatuo di Louis Malle” è contenuto nel numero della rivista A + L  sopra citato, pagg. 9-17  ). Le  estreme istanze esistenziali – il tema del suicidio e della predestinazione – attorno a cui ruotano le vicende del film e del suo protagonista, rimandano alle vite spezzate di tanti poeti, ai loro “occhi di pianto”. E ci ricordano  anche di un altro recente e riuscito esempio di cinema che, sempre da Milano, omaggia la poesia (utilizzando, s’intende, altri registri e fonti), quel Poesia che mi guardi di Marina Spada (2009), sulla vita e l’opera della poetessa milanese Antonia Pozzi, suicida a soli 26 anni.
Se il cinema, per Cocteau, era la “morte al lavoro”, 24 fotogrammi al secondo (ma forse anche nel flusso continuo dell’immagine digitale in cui il cinema sta reinventando se stesso), la poesia di Milo De Angelis è una continua sfida ed evocazione della morte e forse per questo ci colpisce e ci emoziona in modo così forte e duraturo.
Ma siccome “il vento fa il suo giro”, è giusto ricordare che Sulla punta di una matita si apre con i volti di tanti giovani attenti ad ascoltare, leggere, discutere di poesia e, circolarmente, perché “tutto ritorna”, sceglie come immagini finali la corsa di un giovane lungo i muri di vecchi capannoni, sotto un sole pallido,  in un paesaggio  inequivocabilmente milanese. Una corsa che se pure, per colpa della geografia, non terminerà in riva al mare, ci appare egualmente  come un volo, e una promessa,  di libertà.

SCHEDA FILM
Sulla punta di una matita

Soggetto e regia: Viviana Nicodemo

Fotografia: Roberto Barbierato, Fabio Cinicola, Viviana Nicodemo, Alberto Malinverno

Musiche originali: Stefano Nanni, viola Danilo Rossi

Interpreti: Milo De Angelis, Chiara Catellani, Lucia Landonio, Selvaggia Tegon Giacop

Trailer:   https://www.youtube.com/watch?v=SAaZrKtwafU<

La regista

Viviana Nicodemo, dopo gli studi classici, si diploma alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Piccolo Teatro di Milano. Ha recitato con vari registi e ha fatto diverse letture poetiche (Dante, Tasso, Rilke, Celan, Bachmann). Ha pubblicato nel 2007 il libro fotografico “Necessità dell’anatomia”. E’ del 2009 la mostra fotografica a cura di Paolo Donini, nel 2017 quella curata da Carlo Micheli alla Casa del Rigoletto di Mantova. Ha girato alcuni video legati alla poesia: Via dell’inizio, Cento giorni dopo l’infanzia, Malina (presentati in varie occasioni pubbliche), Un nome della via (dvd allegato a Colloqui sulla poesia, ed. La vita felice) e Sulla punta di una matita (dvd allegato a La parola data, ed. Mimesis).

Le foto di Milo De Angelis qui pubblicate sono di Viviana Nicodemo. Si ringrazia l’autrice per averle concesse.

 

*Critico cinematografico, formatore e consulente indipendente. Redattore di “Cinecriticaweb”, rivista on line del Sindacato nazionale critici cinematografici, collabora a festival e rassegne di cinema. Nel campo della formazione degli adulti ha sviluppato specifiche competenze  nell’utilizzo del cinema come risorsa e metodologia per lo sviluppo dei processi di apprendimento. Ha curato (insieme a Dario Forti), il volume collettaneo “Formare con il cinema. Questioni di teoria e di metodo”, Franco Angeli, 2012, pp. 314.


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