di Francesca Serragnoli

Based On a True Story è il titolo inglese di questo nuovo film di Polanski.
Sarebbe troppo semplice utilizzare un titolo del genere per assecondare la curiosità di conoscere una storia che abbia la sola caratteristica di essere realmente accaduta. Apriamo già l’eventuale discussione sulla voluta ambiguità del titolo che pone la questione su ciò che è reale e ciò che non lo è, apre e chiude perché il film offre questa chiave di lettura proprio alla fine della storia.
Si tratta di argomentare attraverso i dettagli. A chi ha già visto il film, a cui è diretta questa riflessione, risparmio di riprendere la trama e vado subito al dunque.
Non sono psicologa e quindi potrei avere letto alcuni fatti in maniera distorta rispetto a una interpretazione canonica su alcuni fondamenti di analisi. La mia lettura è para-scritturale cioè vorrebbe condividere gli aspetti legati all’arte della scrittura, che qui sono ampiamente messi sotto i riflettori.
La tecnica è sempre quella del teatro nel teatro, l’arte nell’arte. Lo scrittore, il regista, in un certo senso mette in scena ciò che gli accade quando crea un personaggio letterario o, credo, cinematografico. Il tema è quello che succede prima di scrivere un film o un libro. Il prodotto, che viene restituito alla fine, (Tratto da una storia vera) è il frutto di tale meccanismo, di tale lotta. In questo caso, appunto, la storia è quella dello scrittore, ma potrebbe essere una qualunque storia narrata. Per caso le due cose coincidono.
Molto semplicemente: una scrittrice incontra il proprio nuovo personaggio, casualmente e lo trova intrigante. Convivono, litigano, la scrittrice cerca di domare la furia di questa ragazza/personaggio, cerca di carpirne i segreti. Alcuni di questi segreti sono poi i segreti di sé. Alterità, ma anche parentela con se stessi. Ma l’elemento più suggestivo è la libertà di questo personaggio, libertà che ha il suo culmine nel tentativo di uccidere la scrittrice.
L’autrice parla di lei come di qualcosa di assolutamente reale, al punto di essere derisa da chi le sta vicino. Ma per fortuna ha vicino uno scrittore che la capisce.
Geniale portare la scrittura e la sua genesi ai limiti della vita-morte. Il personaggio che cerca di uccidere la scrittrice, la madre creativa, per essere come lei. In questo mi sono arenata. Non ho capito l’intricata matassa dei dettagli che descrivono il rapporto fra un personaggio/altro e un personaggio alter ego. Il messaggio è: dietro ad ogni protagonista si cela lo scrittore? Oppure l’autore non vuole che i due campi si intersechino?
Altra considerazione finale. Il film è film perché la scrittrice è telegenica, è bella e affascinante. Rendere lo scrittore personaggio è sempre un po’ triste perché la bellezza estetica non dovrebbe far parte del curriculum. Oggi ci sarebbe da discuterne. Lei nel film, lei la scrittrice poi ha il fascino dell’intensità, della leggerezza, della noia, della libertà di fare la scrittrice come si vuole, cioè la libertà di essere artista, nel più vecchio degli immaginari nostri.
Uno scrittore che tutti i giorni alle 9 si mette davanti a un pc, sarebbe alquanto noioso. Per fortuna nel film stiamo ancora affrontando il tema della genesi, del blocco dello scritture, e il fare-artistico si limita al file bianco e a qualche mail. Arrivano poi lettere anonime sui sensi di colpa di questo apparente dolce far nulla.
Cosa lascia un film del genere? Giustifica lo stare su una panchina a fare nulla. Dice che allo scrittore vero non interessa il mondo dell’editoria (surreale), in quanto già affermato, e che quindi è il mondo dell’editoria che si interessa allo scrittore (surreale?). Sottolinea il realismo del personaggio creato dalla fantasia. Il fatto poco credibile e illusorio è che lo scrittore non è mai purtroppo un protagonista da film al pari di come non potrebbe esserlo chiunque. Paradossalmente l’esito di questo lavoro è il film stesso e la sua lettura dal punto di vista cinematografico, regia, fotografia etc come l’esito di qualsiasi vita dietro un pc è sempre l’opera. Puoi combattere con il tuo personaggio, ma se l’opera non è bella, credo che la faccenda non interessi a nessuno. Ci sono tante ambiguità, ma quella tra bellezza dell’opera e bellezza dell’autore sia una delle più semplici e decisive.
Che altro? È un film per addetti ai lavori? Non saprei. Sempre che, per addetti ai lavori, non si intendano quelli che hanno soldi per fare solo gli scrittori e hanno file chilometriche davanti al proprio desk per farsi firmare il libro. Gli altri scrittori, forse, si seccano per altri problemi.

Note Bibliografiche:


Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972, dove si è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha pubblicato le raccolte “Il fianco dove appoggiare un figlio” (Bologna 2003, nuova ed. Raffaelli Ed. 2012), “Il rubino del martedì” (Raffaelli Ed., 2010) e “Aprile di là” (LietoColle – collana Pordenonelegge, 2016).

Categorie: Narrazioni

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